Oggi il blitz di Borrelli riaccende i riflettori sulla vicenda della Pignatella. Ieri, chi ebbe il coraggio di raccontarla, come il giornalista Salvatore Caccaviello, finì in una causa da 160mila euro insieme al direttore e all’editore di Positanonews. Difeso dall’avvocato Marina Gargiulo, vinse anche in Appello contro il collegio difensivo dello studio del prof. Pinto. Una sentenza di rilievo per il giornalismo, che ribadisce la tutela del diritto di cronaca e di critica quando i fatti sono documentati, di interesse pubblico e raccontati senza oltrepassare i limiti della correttezza
Sorrento – La Pignatella torna a far parlare di sé. – Il tratto di costa sorrentina che da decenni rappresenta uno dei capitoli più controversi del rapporto tra territorio, demanio, attività balneari e controlli pubblici è tornato recentemente al centro dell’attenzione dopo il sopralluogo del deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Francesco Emilio Borrelli, accompagnato da Rosario Lotito.

E proprio il ritorno della Pignatella sulle cronache consente di riaprire un capitolo che, per molto tempo, è rimasto ai margini del dibattito pubblico, quello del giornalismo che, anni fa, aveva deciso di raccontare quelle stesse problematiche e che si era ritrovato successivamente coinvolto in una pesante causa civile per diffamazione.
La storia dimenticata dei 160mila euro

Uno, del 2017, riguardava la tragica morte in mare di un ragazzo e poneva interrogativi sulla necessità di fare chiarezza sulle circostanze dell’accaduto. L’altro, pubblicato nel giugno 2018, affrontava direttamente la complessa situazione della Pignatella, facendo riferimento a controlli, sequestri, vicende amministrative e giudiziarie e alla gestione delle aree interessate.
I signori Pollio, proprietari del fondo adiacente all’area demaniale, si rivolsero allo Studio Pinto di Sorrento e promossero un’azione civile contro il giornalista Salvatore Caccaviello, il direttore responsabile Michele Cinque e l’editore Antonino D’Urso, chiedendo un risarcimento per la presunta lesione del loro onore, della reputazione e dell’immagine, che ritenevano provocata dagli articoli pubblicati.

Gli attori proposero appello, ma anche la Corte d’Appello di Napoli respinse l’impugnazione, confermando sostanzialmente l’impostazione della decisione di primo grado..
I giudici: il diritto di cronaca non è diffamazione
Di seguito il passaggio più interessante della vicenda. Le sentenze non hanno semplicemente stabilito che il giornalista, il direttore e l’editore non dovessero risarcire i danni. Hanno affrontato il problema più generale del rapporto tra libertà di stampa, diritto di cronaca, diritto di critica e tutela della reputazione. – La giurisprudenza richiamata dai giudici individua tre elementi fondamentali per la legittimità del diritto di cronaca: verità, interesse pubblico e continenza dell’esposizione.
La verità può essere anche putativa, quando deriva da un serio e diligente lavoro di ricerca. L’interesse pubblico riguarda la rilevanza della notizia per la collettività. La continenza riguarda invece il modo in cui i fatti vengono raccontati. – Nel caso della critica, il perimetro è ancora più ampio: il giornalista può esprimere valutazioni, giudizi e opinioni anche con un linguaggio pungente, purché esista un interesse pubblico e vi sia pertinenza rispetto ai fatti raccontati. Ed è proprio applicando questi principi che i giudici hanno ritenuto infondata la domanda proposta nei confronti dei giornalisti.
Quelle 700 pagine di documenti
Dietro quella che potrebbe sembrare soltanto una controversia giudiziaria c’è però un elemento che merita particolare attenzione: il lavoro documentale svolto dal giornalista.

Il giornalismo d’inchiesta, soprattutto quello locale, non vive soltanto di dichiarazioni, fotografie e sopralluoghi. Vive anche di accessi agli atti, documenti, provvedimenti, ricostruzioni cronologiche e confronto tra ciò che viene dichiarato e ciò che emerge dalle carte. Proprio tale lavoro che, nel caso di Positanonews, ha costituito uno degli elementi della difesa.
Il primo articolo, nessuna responsabilità attribuita per la tragedia
Particolarmente significativo è il ragionamento del Tribunale sul primo degli articoli contestati, quello del 2017. Secondo la ricostruzione contenuta nella sentenza, la famiglia Pollio sosteneva che l’articolo avesse insinuato una propria responsabilità nella tragica morte di un ragazzo. Il Tribunale, tuttavia, non ha condiviso questa interpretazione.
Dalla lettura dell’articolo, secondo i giudici, non emergeva un’attribuzione diretta di responsabilità. Il giornalista aveva posto interrogativi, sollecitando chiarimenti da parte delle autorità competenti e della magistratura. La formulazione ipotetica delle domande e l’assenza di una diretta attribuzione di responsabilità sono state ritenute decisive. In altre parole, chiedere che venga fatta chiarezza su un fatto di interesse pubblico non equivale ad attribuire a qualcuno la responsabilità di quel fatto.
La Pignatella e il secondo articolo
Ancora più importante, per comprendere la portata della sentenza, è il ragionamento relativo all’articolo del 30 giugno 2018. Il titolo era volutamente forte: “Sorrento, alla Pignatella si continua a celebrare la sconfitta dello Stato… e non solo”. Gli attori sostenevano che il pezzo attribuisse loro una serie di reati, tra cui abuso edilizio, occupazione del demanio marittimo e reati ambientali. – Anche in questo caso il Tribunale ha ritenuto che l’articolo non contenesse una diretta attribuzione di reati alle persone coinvolte. I giudici hanno sottolineato che il pezzo ricostruiva fatti e vicende amministrative e giudiziarie, anche attraverso passaggi fortemente critici, ma senza trasformare quelle valutazioni in una definitiva attribuzione di responsabilità penale.

La Corte d’Appello conferma: appello respinto
La questione è arrivata davanti alla Corte d’Appello di Napoli. Anche qui, il risultato è stato netto: appello integralmente respinto. La Corte ha confermato la legittimità dell’esercizio del diritto di cronaca e di critica e ha posto le spese del grado a carico degli appellanti.

Una sentenza che parla anche al giornalismo locale
La storia della Pignatella pone una domanda che riguarda tutti, cosa accade quando un giornalista locale decide di raccontare una vicenda controversa, soprattutto quando entrano in gioco interessi economici, territorio, autorizzazioni, demanio e rapporti con le istituzioni? La risposta non può essere quella di rinunciare a raccontare. Al contrario, la vicenda giudiziaria di Positanonews dimostra quanto sia importante documentare ogni affermazione, distinguere i fatti dalle opinioni e lavorare sulle carte. Proprio qui che la sentenza può diventare un punto di riferimento per chi esercita il giornalismo. Non perché il giornalista sia immune da responsabilità. Ma perché il giornalismo che verifica, documenta e distingue il fatto dall’opinione trova tutela nell’ordinamento, anche quando racconta vicende scomode e utilizza toni critici.
Il ruolo degli avvocati e una difesa costruita sulle carte
In questa storia non può essere trascurato il ruolo della difesa. Salvatore Caccaviello è stato assistito dall‘avvocato Marina Gargiulo, mentre Michele Cinque e Antonino D’Urso sono stati difesi dall‘avvocato Luigi Alfano.

Proprio la professionalità dell’avvocato Marina Gargiulo a meritare una particolare sottolineatura: una difesa articolata, costruita sulla documentazione e sui principi elaborati dalla giurisprudenza in materia di diritto di cronaca e critica, ha consentito al giornalista di uscire vittorioso da una controversia di notevole rilevanza economica e professionale.
La domanda che resta, perché per raccontare la Pignatella è servito un deputato?
Oggi, dopo il sopralluogo di Borrelli e Lotito, la Pignatella torna sulle cronache. Le immagini hanno riaperto discussioni che sembravano sopite. Ma è proprio questo ritorno d’attualità a rendere ancora più interessante rileggere la storia degli anni precedenti. Molte delle questioni oggi sollevate pubblicamente non sono nuove. Sono state oggetto, nel tempo, di segnalazioni, controlli, sopralluoghi e provvedimenti. E sono state raccontate anche dalla stampa. Una parte di questa storia, però, sembra essere rimasta confinata negli archivi dei giornali e nelle carte giudiziarie. 
La Pignatella, in fondo, è diventata qualcosa di più di una semplice vicenda locale. È diventata il simbolo di un problema più ampio, ovvero, quello del rapporto tra un territorio fragile e prezioso e la capacità delle istituzioni di governarne l’utilizzo; tra la tutela del paesaggio e le attività economiche; tra il diritto dei cittadini all’informazione e la difficoltà, soprattutto per la stampa locale, di raccontare vicende controverse.
In tale contesto, la vecchia causa da 160mila euro assume un significato particolare.

Una lezione per chi fa informazione
La vicenda lascia così una lezione che vale ben oltre Sorrento. Fare giornalismo significa anche avere il coraggio di porre domande. Significa, come insegnano i giornalisti d’inchiesta come Vincenzo Iurillo, andare a leggere gli atti quando tutti si limitano ai comunicati. Significa ricostruire una storia quando quella storia è scomoda. Significa distinguere un’accusa da un interrogativo, un fatto da un’opinione, una responsabilità accertata da una responsabilità ancora da verificare. E significa, soprattutto, non confondere il diritto di critica con l’accusa gratuita. La sentenza sulla Pignatella sembra ricordarlo con particolare chiarezza.
Oggi che quella costa è nuovamente sotto i riflettori, sarebbe forse utile ricordare anche chi quei riflettori aveva provato ad accenderli molti anni prima. Non per celebrare una vittoria giudiziaria, ma per ricordare che, in una democrazia, la stampa non dovrebbe essere chiamata a tacere davanti alle domande, ma dovrebbe essere chiamata, piuttosto, a documentarle. La Pignatella, a quanto pare, di domande ne ha ancora molte da porre. – 10 agosto 2026

















