Dalla denuncia del primo cittadino alla riflessione del giornalista d’inchiesta, la vicenda riporta sotto i riflettori le pagine della relazione prefettizia dedicate al sistema di intimidazioni, campagne denigratorie e pressioni che, secondo gli ispettori dello Stato, avrebbe segnato la vita amministrativa della città
Sorrento – La fotografia di un’anziana signora di oltre ottant’anni mentre scende dall’auto con il proprio bastone, la pubblicazione della targa del veicolo e della sua identità sui social network, un’immagine che non rappresenta soltanto il racconto di un episodio di cattivo gusto o di una delle tante degenerazioni del dibattito politico sul web, il fatto che ha spinto il sindaco, Corrado Fattorusso, ad annunciare un esposto alla Procura della Repubblica, denunciando il superamento di ogni limite del confronto civile.
Nel suo lungo intervento pubblico, il primo cittadino ha spiegato di aver accettato fino ad oggi critiche anche aspre nei confronti della propria attività amministrativa, ma di non poter tollerare che venisse coinvolta la madre, una persona completamente estranea alla vita politica e istituzionale. Un gesto che Fattorusso ha definito incompatibile con qualsiasi forma di dialettica democratica e che, secondo quanto dichiarato dallo stesso sindaco, potrebbe configurare anche violazioni delle norme poste a tutela della privacy e della reputazione. Le sue parole hanno suscitato un’ampia solidarietà istituzionale.
Ma è stato il successivo intervento del giornalista d’inchiesta Vincenzo Iurillo ad ampliare il significato della vicenda, trasformandola da episodio di cronaca in occasione per riportare al centro dell’attenzione pubblica un documento istituzionale di particolare rilevanza: la relazione della Commissione d’accesso nominata dal Ministero dell’Interno sul Comune di Sorrento.
Per Iurillo, infatti, quanto accaduto non rappresenterebbe una semplice degenerazione del linguaggio utilizzato sui social network. Al contrario, riproporrebbe modalità già analizzate nella relazione della Commissione e, in particolare, nel capitolo dedicato a quello che gli ispettori descrivono come un sistema di intimidazioni e campagne di delegittimazione sviluppatosi nel tempo all’interno del cosiddetto “Sistema Sorrento”.
Un episodio che richiama un metodo già descritto nelle carte dello Stato
La solidarietà espressa da Iurillo al sindaco non si limita a una presa di posizione personale. Il giornalista invita infatti a leggere quanto accaduto alla luce delle conclusioni contenute nella relazione prefettizia, soffermandosi in particolare sul capitolo che, alle pagine 127-144, analizza un sistema di pressione, delegittimazione e intimidazione ritenuto meritevole di approfondimento nell’ambito dell’attività ispettiva svolta sul Comune di Sorrento.
Secondo la ricostruzione proposta da Iurillo, la fotografia della madre del sindaco non costituirebbe un episodio isolato, ma richiamerebbe uno schema già descritto negli atti ufficiali: l’utilizzo di informazioni personali, immagini, dati privati e riferimenti alla sfera familiare per esercitare una pressione psicologica su amministratori, funzionari pubblici, professionisti e cittadini considerati scomodi. Il messaggio implicito di tale modalità operativa, secondo il giornalista, sarebbe sempre lo stesso, ovvero, conoscere la persona, la sua famiglia, le sue abitudini e i suoi spazi privati per trasformare queste informazioni in strumenti di pressione pubblica. È proprio questa dinamica che Iurillo definisce espressione di una cultura mafiosa dell’intimidazione.
Le pagine della Commissione d’accesso
Nel suo intervento, il giornalista richiama esplicitamente la relazione della Commissione d’accesso, ricordando come il documento dedichi un intero capitolo all’analisi di quello che viene descritto come un metodo consolidato di condizionamento della vita amministrativa.
Le pagine della relazione illustrano un sistema fondato sulla diffusione di notizie riservate, sulla pubblicazione di informazioni personali, sull’utilizzo dei social network e di alcuni organi di informazione locali per campagne denigratorie e sull’impiego di materiale documentale come strumento di pressione nei confronti di amministratori e funzionari. Nella ricostruzione degli ispettori trovano spazio anche i rapporti tra tali condotte e soggetti già attenzionati dalle autorità investigative, con riferimenti a un pregiudicato che, secondo quanto riportato nella stessa relazione e nella precedente Commissione d’accesso sul Comune di Castellammare di Stabia, proverrebbe da un contesto familiare definito «intraneo al clan D’Alessandro». Una circostanza riportata negli atti ufficiali richiamati dallo stesso Iurillo.
L’aspetto evidenziato dal giornalista è che non si tratterebbe semplicemente di aggressioni verbali sui social, ma di un sistema capace di reperire informazioni personali, fotografie, dati riservati e dettagli della vita privata delle persone da utilizzare nel momento ritenuto più opportuno per delegittimarle pubblicamente.
Il “tritacarne mediatico”
Negli anni, quel sistema è stato definito da numerose vittime un vero e proprio «tritacarne mediatico». Una macchina in grado di individuare, selezionare e colpire amministratori, dirigenti comunali, tecnici, professionisti, giornalisti e semplici cittadini attraverso campagne diffamatorie costruite sulla pubblicazione di fotografie, atti amministrativi, notizie personali, riferimenti familiari e informazioni spesso non facilmente accessibili.
È proprio questo uno degli aspetti più delicati richiamati anche da Iurillo: un sistema che avrebbe trovato forza nella disponibilità di notizie riservate, successivamente diffuse attraverso social network, blog e canali di informazione ritenuti vicini agli autori delle campagne denigratorie. – Il meccanismo descritto nelle relazioni della Commissione d’accesso pone infatti un interrogativo centrale: come fosse possibile disporre con continuità di documentazione amministrativa, informazioni interne agli uffici pubblici e dati riguardanti i soggetti progressivamente finiti nel mirino delle campagne di delegittimazione.
Secondo la ricostruzione contenuta nelle carte prefettizie, quel patrimonio informativo avrebbe alimentato un circuito mediatico utilizzato non per informare, ma per intimidire, screditare e isolare pubblicamente le persone coinvolte. – Un tema di particolare rilevanza che continua a richiamare l’attenzione dell’autorità giudiziaria, chiamata a verificare eventuali responsabilità nella fuoriuscita di informazioni dagli uffici pubblici e nel loro successivo utilizzo nell’ambito di campagne diffamatorie e intimidatorie.
È un filone che resta aperto e sul quale si attendono ulteriori sviluppi investigativi.
Le testimonianze agli investigatori
A sostegno della propria ricostruzione, Iurillo richiama alcune dichiarazioni rese nell’aprile scorso ai Carabinieri di Torre Annunziata e confluite negli atti di un’indagine della Procura, originata da un fascicolo trasmesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. Tra queste figurano le testimonianze dell’attuale segretario comunale Candida Morgera, del responsabile dell’anticorruzione Donatangelo Cancelmo e dell’ex vicesindaco Filomena Cappiello.
Cancelmo riferisce che, ogni volta che venivano avviate verifiche sugli appalti o procedure riguardanti immobili abusivi, prendevano avvio campagne di dileggio attraverso i social network.
Morgera racconta invece episodi riguardanti l’accesso agli uffici comunali e ricorda come l’allora assessore Elvira De Angelis avrebbe deciso di dimettersi anche in conseguenza delle forti pressioni mediatiche subite attraverso una serie di post pubblicati sui social.
Filomena Cappiello, infine, descrive la percezione di un collegamento tra determinate campagne denigratorie e ambienti politici locali, ritenendo che tali iniziative fossero finalizzate a delegittimarla per le posizioni assunte durante il proprio mandato amministrativo.
Si tratta di dichiarazioni verbalizzate dagli investigatori e richiamate da Iurillo nel proprio intervento per evidenziare come il fenomeno descritto non rappresenti una semplice opinione giornalistica, ma sia oggetto di approfondimento nell’ambito delle relazioni istituzionali e delle attività investigative.
Il “Sistema Sorrento” e ciò che resta
Uno dei passaggi più significativi dell’analisi riguarda il confronto tra passato e presente. Iurillo osserva come molte delle vicende che hanno caratterizzato il cosiddetto “Sistema Sorrento” abbiano già prodotto conseguenze sul piano giudiziario e amministrativo: arresti, misure cautelari, dimissioni, processi e indagini tuttora in corso. L’ex sindaco Massimo Coppola si trova agli arresti domiciliari; altri protagonisti delle vicende richiamate dalla Commissione d’accesso sono stati raggiunti da provvedimenti dell’autorità giudiziaria o hanno lasciato gli incarichi ricoperti.
Vi sarebbe però, secondo il giornalista, un elemento che continua a manifestarsi anche dopo il rinnovo dell’amministrazione comunale: il metodo delle intimidazioni attraverso il web.
Nel suo intervento vengono ricordati numerosi episodi che, secondo la ricostruzione proposta, avrebbero riguardato dirigenti comunali, tecnici, professionisti, attivisti civici, ex amministratori e persino magistrati, accomunati dalla pubblicazione di fotografie delle abitazioni, immagini di familiari, luoghi frequentati e informazioni personali che sarebbero state utilizzate con finalità ritorsive. – Lo stesso Iurillo ricorda di essere stato destinatario di campagne diffamatorie, della diffusione dell’indirizzo della propria abitazione e perfino di messaggi che lo invitavano al suicidio, episodi che inserisce nella medesima strategia intimidatoria.
Un problema che riguarda la democrazia
È proprio in questo passaggio che il caso Fattorusso assume un significato che supera la vicenda personale del sindaco.
L’immagine di una madre anziana trasformata in bersaglio mediatico diventa, nella lettura proposta da Iurillo, il simbolo di un metodo che gli ispettori dello Stato avevano già individuato e descritto nella relazione della Commissione d’accesso: colpire la sfera privata per condizionare quella pubblica, alimentare il timore attraverso la conoscenza delle persone, delle famiglie, delle abitudini e persino dei luoghi della vita quotidiana.
Per il giornalista, il contrasto a questo sistema non può essere affidato esclusivamente all’autorità giudiziaria. Occorre anche una risposta culturale e civile: il rifiuto, da parte della politica, dell’informazione e della società civile, di legittimare pratiche fondate sulla delegittimazione personale, sulla diffusione di notizie manipolate e sull’uso intimidatorio dei social network.
Il messaggio finale rivolto al sindaco Corrado Fattorusso assume così il valore di un auspicio rivolto all’intera comunità sorrentina: proseguire nell’azione amministrativa e contribuire a restituire alla città un confronto pubblico fondato sul rispetto delle persone, delle istituzioni e delle regole democratiche.
Al di là delle responsabilità che saranno accertate dagli organi competenti, la vicenda di questi giorni ripropone una domanda che le pagine della Commissione d’accesso avevano già posto con forza, ovvero: è possibile costruire una vita democratica pienamente libera quando il dissenso smette di confrontarsi sulle idee e sceglie invece di colpire le persone, le loro famiglie e la loro vita privata? – 05 agosto 2026

















