Turismo, stipendi sempre più bassi con oltre sette lavoratori su dieci sotto la soglia di povertà

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Il boom del turismo non si traduce in benessere per i lavoratori. Salari bassi, part-time involontario e precarietà spingono oltre il 70% degli addetti sotto la soglia di povertà

Dietro il boom del turismo italiano si nasconde una realtà molto diversa da quella raccontata dai numeri delle presenze e degli incassi. A sostenerlo, come riportato da Il Sole 24 Ore, è un recente studio della Filcams Cgil, che fotografa una situazione preoccupante per migliaia di lavoratori del settore, con oltre il 70% degli addetti al turismo percepisce un reddito annuo inferiore alla soglia considerata necessaria per evitare la povertà lavorativa. – Secondo l’indagine, quasi un lavoratore su due impiegato nel commercio, nei servizi e nel turismo può essere definito “working poor”, cioè una persona che, pur lavorando, non riesce a raggiungere un reddito sufficiente per vivere dignitosamente. La soglia individuata dagli esperti è pari a circa 14.800 euro lordi annui per chi ha lavorato almeno dodici settimane nell’anno.

Il turismo è il settore più colpito – I dati più allarmanti arrivano proprio dal comparto turistico, che comprende alberghi, strutture ricettive, ristoranti e pubblici esercizi. Qui il fenomeno del lavoro povero raggiunge livelli record, con il 71,2% dei lavoratori resta sotto la soglia di povertà salariale. Nel Sud Italia e nelle Isole la situazione è ancora più grave, con oltre l’80% degli addetti che guadagna meno del necessario. Anche restringendo l’analisi ai lavoratori che hanno svolto almeno tre mesi di attività nell’anno, la situazione cambia poco, quasi il 65% continua a percepire redditi insufficienti.

Stagionalità e part-time involontario –  Alla base di questi numeri ci sono soprattutto la diffusione dei contratti stagionali e il ricorso al part-time involontario. Molti lavoratori, infatti, accettano orari ridotti non per scelta, ma perché non trovano alternative a tempo pieno. Questo significa meno ore lavorate, stipendi più bassi e una forte instabilità economica che spesso si prolunga per tutto l’anno. Nei mesi di bassa stagione, inoltre, migliaia di addetti si ritrovano senza occupazione o con entrate molto ridotte. Il risultato è un paradosso sempre più evidente: si lavora, spesso nei periodi più intensi e impegnativi dell’anno, ma il reddito complessivo non basta a garantire sicurezza economica.

Donne maggiormente penalizzate e differenze nord-sud – L’indagine evidenzia anche un marcato divario di genere. Nel turismo il 75% delle donne risulta sotto la soglia di povertà salariale, contro il 66% degli uomini. Una differenza che si ritrova anche negli altri comparti del terziario e che riflette una maggiore presenza femminile nei lavori part-time, nelle attività di cura e nei servizi affidati in appalto, dove gli stipendi tendono a essere più bassi.   A pesare è anche la differenza territoriale. Nel Mezzogiorno oltre sei lavoratori su dieci impiegati nel terziario rientrano nella categoria dei working poor, una percentuale molto più alta rispetto alle regioni del Nord. Nel turismo il fenomeno assume dimensioni ancora più preoccupanti,  nelle regioni meridionali e insulari oltre tre lavoratori su quattro vivono una condizione di povertà lavorativa.

L’allarme dei sindacati – Per la Filcams Cgil non si tratta di una situazione occasionale, ma di un problema strutturale del mercato del lavoro italiano. Il sindacato punta il dito contro modelli organizzativi che continuano a comprimere il costo del lavoro attraverso contratti frammentati, part-time involontario e bassi salari. “Quasi una persona su due guadagna meno di 15 mila euro l’anno”, sottolinea il segretario generale Fabrizio Russo, evidenziando come il rinnovo dei contratti nazionali possa rappresentare uno degli strumenti principali per contrastare il fenomeno. Una riflessione necessaria –  Mentre il turismo continua a rappresentare uno dei motori dell’economia italiana e uno dei settori con il maggior numero di assunzioni, cresce il dibattito sulla qualità dell’occupazione offerta. I dati mostrano infatti che avere un lavoro non sempre significa avere un reddito adeguato. – Per migliaia di lavoratori stagionali, camerieri, receptionist, addetti alle pulizie, cuochi e operatori del settore, la sfida non è soltanto trovare un impiego, ma riuscire a trasformarlo in una fonte di reddito capace di garantire stabilità e prospettive future. – 24 giugno 2026

Fonte Il Sole 24 Ore ; foto di repertorio
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