Indennizzi ai balneari, quando l’illegalità diventa un investimento da risarcire

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A Vico Equense, Gennaro Cinque applaude al Decreto Indennizzi parlando di “sacrifici e investimenti”, ma sul demanio marittimo molti di quei profitti sono maturati tra abusi e occupazioni illegittime. Ora il rischio e quello di trasformare anni di violazioni in crediti da risarcire

Vico Equense – L’entusiasmo con cui una parte della politica locale accoglie il via libera al cosiddetto Decreto Indennizzi solleva più di una perplessità, soprattutto se si guarda alla realtà concreta di molti territori costieri, Vico Equense compresa. La riforma del Codice della Navigazione e il superamento dell’articolo 49. che prevedeva l’incameramento gratuito allo Stato delle opere non amovibili alla scadenza delle concessioni, vengono presentati come una vittoria di giustizia e buonsenso. In tale contesto, le parole dell’ex consigliere regionale Gennaro Cinque, che parla di “decenni di sacrifici, investimenti e professionalità”, sembrano ignorare un elemento centrale della vicenda balneare italiana, ovvero, che una parte consistente di quelle strutture e di quei presunti investimenti è stata realizzata in assenza di titoli legittimi, spesso in violazione delle norme urbanistiche e demaniali. In molti casi non si è trattato di investimenti tutelabili, ma di occupazioni di suolo pubblico e di opere abusive che hanno generato profitti per anni, al riparo da controlli efficaci.

Intali circostanze, definire “ingiustizia” l’incameramento allo Stato di beni realizzati su demanio marittimo equivale a rovesciare il principio di legalità. Il demanio non è proprietà privata, e le concessioni non conferiscono un diritto perpetuo né tantomeno il diritto a costruire liberamente. Parlare oggi di indennizzi generalizzati rischia di premiare comportamenti illegittimi, trasformando di fatto una lunga stagione di tolleranza e omissioni in un diritto acquisito. Anche il richiamo alla Direttiva Bolkestein e al presunto “diktat europeo” appare strumentale. Il nodo non è l’Europa contro l’identità balneare italiana, ma la mancanza, protratta nel tempo, di gare pubbliche, trasparenza e concorrenza. Difendere le spiagge come “eccellenza globale” non può significare cristallizzare rendite di posizione costruite spesso al di fuori delle regole, a danno di chi avrebbe voluto operare legalmente e non ne ha mai avuto la possibilità.

La proposta di indennizzare i concessionari uscenti, basandosi sul “valore reale dell’impresa”, lancia inoltre un messaggio pericoloso, ossia,  chi ha operato nell’illegalità, ampliando strutture e occupazioni senza autorizzazioni, viene oggi rassicurato e tutelato, mentre chi ha rispettato i limiti, le concessioni e le regole si trova doppiamente penalizzato. Altro che tutela delle aziende oneste, così si finisce per legittimare l’illegalità come modello economico. Infine, l’invocata “trasparenza” rischia di restare uno slogan vuoto se le norme vengono svuotate alla radice. Smantellare principi chiari del diritto demaniale per inseguire un consenso immediato non significa ridurre la burocrazia, ma indebolire lo Stato di diritto. E senza regole certe e uguali per tutti, non c’è né sviluppo sano né futuro credibile per il turismo costiero. – 22 gennaio 2026

Foto di repertorio
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