L’Italia delle culle vuote fa i figli sempre più tardi. Resta aperto il nodo dei cesarei

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L’età media al primo figlio continua a crescere, mentre la Campania si conferma la regione con la maggiore incidenza di parti cesarei. È quanto emerge dall’ultimo Rapporto sull’evento nascita del Ministero della Salute, elaborato sui dati del flusso CeDAP (Certificato di Assistenza al Parto)

Roma –  In Italia si diventa genitori sempre più tardi. L’età media al primo figlio delle donne italiane sale ancora, in un Paese alle prese con una persistente crisi della natalità e con profonde differenze territoriali nell’assistenza alla nascita. È la fotografia restituita dall’ultimo Rapporto sull’evento nascita del Ministero della Salute, che accanto ai dati demografici evidenzia anche una criticità ormai strutturale: il ricorso ancora elevato al parto cesareo, soprattutto in alcune aree del Mezzogiorno e nelle strutture private accreditate. – Il dato più significativo riguarda l’età delle donne alla prima maternità. Per le cittadine italiane l’età media al primo figlio raggiunge i 33,4 anni, in aumento rispetto ai 33,3 anni dell’anno precedente. Le donne straniere diventano madri mediamente prima, a 31,4 anni.

Un fenomeno che si inserisce in un quadro demografico complesso. La componente straniera continua infatti ad avere un peso rilevante sulla natalità italiana: il 20,7% delle nascite riguarda madri di cittadinanza non italiana. L’immigrazione rappresenta dunque una componente importante della tenuta demografica di un Paese nel quale le nascite restano insufficienti a compensare il progressivo invecchiamento della popolazione. Dietro il rinvio della maternità ci sono fattori diversi, dalle difficoltà economiche alla precarietà lavorativa, fino alla ricerca di una maggiore stabilità professionale e personale. Il risultato è però un progressivo spostamento in avanti dell’età in cui si decide di avere il primo figlio.

Se sul fronte dell’assistenza prenatale emergono elementi positivi, resta aperta la questione del ricorso al taglio cesareo. In Italia il 29,8% dei parti avviene con modalità chirurgica, una quota ancora elevata rispetto alle raccomandazioni internazionali. A incidere è anche il tipo di struttura scelta. Nei presidi pubblici la percentuale di cesarei si attesta al 28,4%, mentre nelle strutture private accreditate arriva al 44,9%. Una differenza significativa che riporta al centro del dibattito l’appropriatezza del ricorso alla chirurgia ostetrica e le differenze nei modelli organizzativi e assistenziali.

Il divario diventa ancora più evidente osservando la distribuzione regionale. La Campania è la regione italiana con la percentuale più alta di parti cesarei, pari al 43,7%: quasi un parto su due. Seguono Sicilia e Sardegna, entrambe al 39,2%, il Lazio con il 37,3% e la Calabria con il 34,8%. Numeri che fotografano una netta differenza tra Nord e Sud del Paese. All’estremo opposto si trova la Toscana, che registra la quota più bassa di cesarei, pari al 16,2%. Il quadro suggerisce quindi approcci profondamente diversi alla gestione del parto, con un ricorso alla chirurgia ostetrica particolarmente elevato in alcune regioni meridionali.

Nonostante le criticità, il rapporto evidenzia anche diversi indicatori positivi sul fronte dell’assistenza. Il 91,3% dei parti avviene in strutture pubbliche o equiparate, a conferma della centralità del sistema sanitario pubblico nel percorso nascita.mElevata anche l’attenzione ai controlli durante la gravidanza: nel 93,8% dei casi le donne effettuano più di quattro visite ostetriche nel corso dei nove mesi. Nel 76,9% delle gravidanze vengono inoltre effettuate meno di tre ecografie, un dato che indica un ricorso alla diagnostica per immagini generalmente contenuto.nAnche il coinvolgimento del partner appare ormai consolidato. Nel 94,7% dei parti vaginali il padre è presente in sala parto, a testimonianza di una concezione sempre più condivisa dell’esperienza della nascita.

Sul fronte della mortalità perinatale, il rapporto registra 784 nati morti, con un tasso di natimortalità pari a 2,20 casi ogni mille nati. – Nel complesso, il rapporto restituisce dunque l’immagine di un Paese nel quale l’assistenza alla gravidanza mantiene livelli elevati, ma dove persistono forti differenze territoriali e organizzative. Da una parte c’è una maternità che viene progressivamente rimandata, dall’altra un sistema sanitario che deve ancora fare i conti con un ricorso ai cesarei molto diverso da regione a regione.

La Campania rappresenta, in questo senso, uno dei casi più emblematici: mentre l’Italia affronta il problema delle culle sempre più vuote e delle madri sempre più avanti con l’età, quasi un parto su due nella regione avviene ancora attraverso un intervento chirurgico. – 27 agosto 2026

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