Tra ancoraggi vietati, velocità sotto costa, imbarcazioni sovraffollate e attività commerciali sempre più numerose, il mare della Penisola sorrentina rischia di trasformarsi in una terra di nessuno. Le regole ci sono, ma il vero problema sembra essere il loro rispetto e, soprattutto, il controllo
Penisola Sorrentina – C’è un’immagine della Penisola sorrentina che rischia di diventare sempre più difficile da conciliare con quella della destinazione turistica internazionale che tutti conoscono: è quella di un mare nel quale, durante la stagione estiva, le regole sembrano spesso diventare un’opzione. Non si tratta di demonizzare il diportismo, né tantomeno il turismo nautico, che rappresenta una componente importante dell’economia locale. Il problema nasce quando la crescita esponenziale delle imbarcazioni, delle attività di noleggio e delle escursioni non viene accompagnata da un sistema di controlli altrettanto efficace. Di conseguenza, lungo le coste di Sorrento, Sant’Agnello, Piano di Sorrento, Meta, Vico Equense e Massa Lubrense, si assiste quotidianamente a situazioni che pongono interrogativi non più rinviabili sulla sicurezza della navigazione, sulla tutela ambientale e sulla capacità delle istituzioni di governare un fenomeno ormai diventato strutturale.
Transiti in zone vietate, ancoraggi dove non sarebbe consentito, velocità eccessive sotto costa, manovre effettuate a distanza ravvicinata dalle aree di balneazione e un numero crescente di imbarcazioni impegnate nel trasporto turistico. Sono fenomeni che non riguardano soltanto i mesi di maggiore affluenza, ma che diventano particolarmente evidenti in estate, quando migliaia di unità si concentrano nello specchio di mare compreso tra la Penisola sorrentina, la Costiera amalfitana, Punta Campanella e Capri. – L‘Area Marina Protetta di Punta Campanella non è una zona priva di regole. Al contrario. La sua disciplina distingue le aree in zona A, B e C, con differenti livelli di tutela, stabilendo precise limitazioni alla navigazione, all’ancoraggio e alla velocità. In alcune aree, per esempio, la navigazione a motore è consentita entro determinati limiti e l’ancoraggio è vietato o sottoposto a precise condizioni. Il problema, dunque, non sembra essere soltanto quello di scrivere nuove norme, ma soprattutto quello di far rispettare quelle già esistenti.
Uno degli aspetti più preoccupanti è rappresentato dalla velocità. L’AMP Punta Campanella ha più volte richiamato i diportisti al rispetto dei limiti, ricordando che la velocità elevata non rappresenta soltanto un problema ambientale, ma anche un concreto fattore di rischio per la sicurezza delle persone. La stessa Area Marina Protetta ha evidenziato come, entro i 300 metri dalla costa, la velocità debba essere particolarmente contenuta, mentre nelle diverse zone dell’area protetta vigono specifiche prescrizioni. Eppure, chi frequenta il mare della Penisola nei mesi estivi racconta e osserva spesso uno scenario completamente diverso: mezzi che si muovono rapidamente in prossimità della costa, gommoni che incrociano altri natanti a distanza ravvicinata, imbarcazioni che entrano ed escono dalle baie affollate e situazioni nelle quali la prudenza dovrebbe essere la prima regola. Bisognerebbe essere consapevoli che il mare non è una strada senza segnaletica., soprattutto non è un luogo nel quale la velocità possa essere considerata un fatto esclusivamente personale. Una manovra sbagliata, una distanza ridotta dalla costa o un’imbarcazione condotta senza la necessaria preparazione possono trasformarsi in pochi secondi in un problema di sicurezza per decine di persone.
Ancora più delicato è il capitolo delle attività commerciali legate al mare. Noleggi, locazioni, escursioni, charter e servizi turistici rappresentano ormai una presenza capillare lungo la Penisola. Un comparto che produce lavoro e ricchezza, ma che proprio per questo dovrebbe essere sottoposto a controlli puntuali e omogenei. Il tema non è mettere in discussione chi opera regolarmente.Al contrario, controllare significa tutelare anche gli operatori che rispettano le regole, evitando che chi lavora correttamente debba competere con chi eventualmente opera in condizioni diverse.
Pertanto i controlli agli imbarchi e agli sbarchi. Ma, chi verifica sistematicamente la reale capienza delle unità utilizzate per le escursioni? Chi controlla che le persone imbarcate corrispondano ai limiti previsti per quel mezzo? Chi verifica che chi conduce l’imbarcazione possieda i requisiti richiesti per il tipo di attività svolta? Sono domande che associazioni e cittadini da tempo sollevano, che meritano risposte documentate, soprattutto in un territorio nel quale il trasporto turistico via mare è diventato una vera e propria industria.
Mentre un’altra questione, meno visibile a chi osserva il mare dalla spiaggia ma evidente a chi frequenta i punti di imbarco, la presenza delle numerose agenzie che propongono escursioni e servizi nautici. In diversi punti della Penisola il confine tra promozione turistica, vendita di escursioni e occupazione degli spazi pubblici è diventato una questione ricorrente. Sotto tale aspetto, non sono mancate, nel corso degli anni, iniziative di associazioni impegnate sul fronte della legalità per chiedere verifiche sulla regolarità di strutture e gazebo utilizzati per la promozione delle attività turistiche. In alcuni casi, secondo quanto segnalato, le verifiche avrebbero fatto emergere situazioni non conformi.
Ma ancora una volta, come per le spiagge per l’on, Francesco Borrelli, anche tale scenario apre una domanda più ampia: perché devono essere le associazioni o i cittadini a sollecitare i controlli? Un sistema realmente efficiente dovrebbe essere in grado di verificare autonomamente e preventivamente la regolarità delle attività commerciali che occupano gli spazi pubblici e operano nei principali punti di imbarco.
Inoltre, ridurre il problema del diportismo selvaggio a una questione ambientale sarebbe un errore. L’ancoraggio indiscriminato può danneggiare fondali e praterie di Posidonia,come di recente ha evidenziato l’esponente locale di Avs Rosario Lotito mentre l’alta velocità può provocare moto ondoso, disturbo alla fauna marina e, soprattutto, aumentare il rischio di incidenti. È la stessa AMP a sottolineare questi effetti. C’è, infatti, anche una questione elementare di cultura nautica. Sapere condurre un’imbarcazione non significa soltanto conoscere il funzionamento del motore o essere in possesso di un documento abilitativo. Significa conoscere precedenze, distanze di sicurezza, limiti di velocità, segnalamenti, condizioni del mare, presenza dei bagnanti, caratteristiche della zona nella quale si naviga. In altre parole, significa saper andare per mare. In un tratto di costa tanto complesso e trafficato come quello della Penisola sorrentina, la professionalità di chi conduce un mezzo dovrebbe essere considerata una priorità assoluta.
Il paradosso della Penisola sorrentina è che una parte consistente degli strumenti necessari esiste già. L’AMP Punta Campanella dispone di una precisa zonazione e di un regolamento che disciplina le attività consentite. La sorveglianza dell’area protetta è prevista dalla normativa ed è esercitata dalla Capitaneria di Porto e dalle polizie degli enti locali competenti. Sono stati inoltre introdotti strumenti tecnologici per migliorare il controllo: nel disciplinare dell’area protetta è stata prevista, per le unità commerciali, l’utilizzazione dell’AIS, il sistema automatico di identificazione che consente di monitorare le unità dotate del dispositivo.
A questo punto, sembra chiaro che la questione diventa un’altra. Quante verifiche vengono effettuate? Quante violazioni vengono accertate? Quanti controlli vengono eseguiti agli imbarchi? Quante attività commerciali vengono sottoposte a verifica? E soprattutto, esiste un coordinamento stabile tra i diversi soggetti chiamati a vigilare? Sono interrogativi ai quali sarebbe utile rispondere con numeri, dati e risultati dei controlli.
La Penisola sorrentina vive di turismo. Ed è proprio per questo che non può permettersi un modello nel quale la quantità prevalga sulla qualità. Più barche non significano necessariamente più turismo; più escursioni non significano necessariamente più ricchezza; più imbarchi non significano necessariamente maggiore efficienza. Se il prezzo da pagare è un mare congestionato, una costa sottoposta a pressioni sempre maggiori, fondali danneggiati e una crescente percezione di insicurezza, prima o poi il conto rischia di diventare molto più salato dei benefici economici immediati.
Serve quindi una politica del mare che non si limiti alle emergenze. Servono controlli programmati e visibili. Serve un coordinamento tra Capitaneria, Comuni, Area Marina Protetta e altri soggetti competenti. Servono verifiche sulle attività commerciali, sugli imbarchi, sulle autorizzazioni, sulle capacità delle unità e sui requisiti di chi le conduce. Servono soprattutto controlli prima che determinati tragici eventi si verifichino, non soltanto dopo.
L’allarme lanciato nei giorni scorsi sul fenomeno del “diportismo selvaggio” va quindi preso sul serio. La questione non riguarda soltanto Punta Campanella, ma un sistema costiero nel quale convergono quotidianamente migliaia di persone, residenti e turisti, decine di operatori e un numero enorme di imbarcazioni. Il presidente di Federparchi Luca Santini ha richiamato la necessità di un intervento sistemico, ipotizzando limitazioni all’ancoraggio e alla velocità e strumenti di riconoscimento satellitare delle unità. Senz’altro una direzione che merita una discussione seria. Il mare è un patrimonio collettivo. E un patrimonio collettivo, per essere davvero tutelato, ha bisogno di regole, controlli e responsabilità. La Penisola sorrentina non ha bisogno di meno turismo. Ha bisogno di turismo meglio governato. Il momento per cominciare a farlo non dovrebbe essere dopo il prossimo incidente, dopo il prossimo danno ambientale o dopo l’ennesima denuncia. Dovrebbe essere adesso. – 20 agosto 2026

















