Fernando Burlando, legale di Dalma e Gianinna Maradona, ha chiesto 15 anni di carcere per il neurochirurgo Leopoldo Luque e pene severe per gli altri componenti dell’équipe sanitaria. Nell’arringa finale, riportata dall’ANSA, l’accusa è durissima: “Diego è stato assassinato a sangue freddo”
“Diego è stato assassinato a sangue freddo”. È un’accusa pesante, pronunciata senza attenuazioni, quella lanciata da Fernando Burlando, avvocato di Dalma e Gianinna Maradona, nel corso della fase conclusiva del processo sulla morte di Diego Armando Maradona, celebrato a San Isidro, alle porte di Buenos Aires we riportata da Ansa. Un’arringa di oltre tre ore, intensa e carica di tensione emotiva, che ha riportato al centro del dibattimento un interrogativo destinato a pesare ben oltre le aule del tribunale e cioè se si poteva evitare la morte del Pibe de Oro.
Per la rappresentanza legale delle figlie dell’ex fuoriclasse argentino, la risposta passa attraverso le responsabilità di chi avrebbe dovuto assisterlo durante gli ultimi giorni della sua vita. Burlando ha chiesto condanne severe per il neurochirurgo Leopoldo Luque e per gli altri componenti dell’équipe medica, accusandoli di aver trascurato segnali clinici che avrebbero richiesto attenzione e interventi tempestivi. Nel dettaglio, Burlando ha invocato una pena di 15 anni di carcere per Leopoldo Luque, 12 anni per Nancy Forlini, coordinatrice dell’assistenza sanitaria per Swiss Medical, e 10 anni per Agustina Cosachov, la psichiatra che seguiva Maradona. Per lo psicologo Carlos Díaz la richiesta è di cinque anni, mentre per l’infermiere Ricardo Almirón e il suo responsabile, Mariano Perroni, la pena sollecitata è di quattro anni ciascuno. Per questi ultimi, le contestazioni richiamate nell’arringa riguardano l’omicidio colposo. Burlando ha inoltre chiesto l’assoluzione del medico clinico Pedro Di Spagna, ritenuto estraneo ai fatti, in linea con quanto già sostenuto dall’accusa. Le richieste della parte civile si inseriscono nel quadro di un procedimento chiamato a ricostruire le circostanze della morte di uno degli sportivi più celebri e controversi della storia contemporanea. Le pene invocate rappresentano le conclusioni dell’avvocato delle figlie e non una decisione del tribunale: le responsabilità individuali dovranno essere stabilite in sede giudiziaria.
Nel suo intervento, Burlando ha scelto parole destinate a lasciare il segno, evocando la figura di Maradona come quella di un uomo capace di attraversare gli abissi e tornare alla vita, quasi fosse un personaggio della mitologia. “Hanno ucciso un eroe mitologico, un guerriero capace di viaggiare verso l’oblio e la morte e di farvi ritorno a proprio piacimento”, ha dichiarato, sostenendo che l’ex calciatore sarebbe stato lasciato esposto alle conseguenze della sua fragile condizione di salute. L’avvocato ha quindi ribadito la tesi sostenuta fin dall’inizio del processo, affermando che le prove emerse durante le udienze avrebbero rafforzato l’accusa. “All’inizio di questo processo ho detto che Diego è stato assassinato. Oggi, lo ripeto: è stato assassinato a sangue freddo”, ha dichiarato, collegando la propria conclusione agli elementi raccolti nel corso del dibattimento. Il passaggio più duro dell’arringa ha riguardato il luogo in cui Maradona trascorse l’ultima fase della sua vita. Burlando lo ha descritto con un’espressione particolarmente aspra, sostenendo che Diego vi fosse arrivato ancora vivo e che i professionisti incaricati di assisterlo avessero ignorato segnali e sintomi che, a suo giudizio, avrebbero dovuto destare allarme. “Il corpo di Diego chiedeva aiuto, ma l’indifferenza è stata brutale”, ha concluso.
Il processo e il peso di una morte che ha segnato l’Argentina
La morte di Maradona, avvenuta il 25 novembre 2020, ha lasciato un vuoto enorme nel mondo del calcio e nella società argentina. Per milioni di persone, Diego non è stato soltanto un campione capace di imprese straordinarie sul campo, ma un simbolo popolare, un personaggio nel quale si sono intrecciati talento, riscatto sociale, fragilità e contraddizioni. Anche per tali ragioni che il processo assume un significato che supera la dimensione strettamente giudiziaria. Al centro non c’è soltanto la ricostruzione delle ultime ore di un uomo celebre, ma il ruolo e i doveri di chi era chiamato a prendersene cura in una fase particolarmente delicata.
L’arringa di Burlando ha trasformato questa questione in un atto d’accusa diretto contro l’équipe sanitaria, chiedendo che le eventuali responsabilità vengano riconosciute e sanzionate. Sarà il tribunale, sulla base delle prove e delle norme applicabili, a stabilire se e in quale misura le condotte contestate integrino i reati ipotizzati. Intanto, le parole pronunciate in aula restituiscono tutta la drammaticità di una vicenda che continua a interrogare l’opinione pubblica: quella di un campione che sembrava capace di superare ogni limite, ma che, negli ultimi giorni della sua vita, dipendeva dalle cure e dall’attenzione di chi gli stava accanto. – 16 ottobre 2026