Il paradosso delle motoseghe, quando i fondi per il verde finiscono per abbattere gli alberi

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Alberi abbattuti, nuovi alberelli piantati e grandi progetti di rigenerazione urbana. Ma un albero adulto non è un numero: è ombra, assorbimento di CO₂, filtrazione degli inquinanti, biodiversità e patrimonio. Il paradosso è che, mentre l’Europa chiede di aumentare la copertura delle chiome urbane, nelle città italiane continua il dibattito sui tagli. E Roma è diventata uno dei casi più emblematici

C’è qualcosa di profondamente paradossale nelle immagini delle motoseghe che entrano nei quartieri delle nostre città proprio mentre si moltiplicano i programmi, gli investimenti e le dichiarazioni sulla transizione ecologica. – Da una parte si parla di rigenerazione urbana, resilienza climatica, lotta alle isole di calore, incremento del verde e piantumazione di nuovi alberi. Dall’altra, cittadini e comitati si trovano sempre più spesso davanti a filari di alberi adulti destinati al taglio.

Roma, in queste settimane, è tornata al centro della discussione. A fine luglio, sulla collina Fleming, l’associazione Curaa ha denunciato l’abbattimento di tre alberi di alto fusto, sostenendo che fossero in buone condizioni e contestando il ricorso alle procedure d’urgenza. L’associazione ha inoltre chiesto verifiche sulla tutela degli alberi e diffidato gli uffici competenti. Si tratta, naturalmente, di contestazioni degli attivisti, mentre la legittimità dei singoli interventi va verificata caso per caso.

Ma quello romano non è un episodio isolato. È il sintomo di una domanda più grande: stiamo davvero aumentando il verde delle nostre città oppure, in alcuni casi, stiamo semplicemente sostituendo alberi grandi con alberi piccoli? Probabilmente la risposta  rischia di sfuggire quando si ragiona esclusivamente attraverso i numeri. – Se abbattiamo un albero di quaranta, cinquanta o sessant’anni e ne piantiamo uno giovane, sulla carta possiamo dire di avere effettuato una sostituzione. Ma dal punto di vista ambientale le due cose non sono equivalenti. Un albero adulto possiede una chioma sviluppata, produce ombra, contribuisce alla regolazione del microclima, intercetta parte degli inquinanti atmosferici, offre habitat alla fauna e immagazzina carbonio. Un giovane alberello impiegherà anni, quando riuscirà ad attecchire e a crescere regolarmente, per raggiungere una capacità paragonabile. La stessa ricerca scientifica italiana ha evidenziato il ruolo degli alberi e delle foreste urbane nella rimozione del particolato atmosferico. Il CNR-IRET, studiando anche il bosco urbano di Capodimonte a Napoli, ha analizzato proprio la capacità della vegetazione di intercettare il particolato atmosferico. Per questo contare gli alberi non basta. Bisognerebbe contare anche le loro chiome, la loro età, le dimensioni, lo stato di salute e soprattutto i servizi ecosistemici che garantiscono alla collettività.

In tale contesto si innesta un problema più generale. La manutenzione ordinaria del patrimonio arboreo è un’attività continua: monitoraggi, potature, controlli di stabilità, interventi fitosanitari, gestione delle emergenze. La realizzazione di una nuova opera, invece, può essere inserita in un progetto finanziato e accompagnata dalla realizzazione di nuove sistemazioni a verde. Il rischio, quando i meccanismi finanziari e amministrativi premiano soprattutto la realizzazione di nuove opere, è che la città finisca per privilegiare ciò che si può inaugurare rispetto a ciò che occorre quotidianamente curare. Pertanto,  il paradosso  delle motoseghe,  tagliare ciò che esiste per poter ricominciare da zero. Non è corretto affermare automaticamente che ogni abbattimento legato a un’opera pubblica sia causato dal PNRR, né che i fondi europei impongano di abbattere alberi. Il problema è piuttosto capire se i criteri con cui vengono progettati e finanziati alcuni interventi tengano adeguatamente conto del valore del patrimonio arboreo già esistente. Perché un albero adulto non dovrebbe essere considerato un ostacolo alla progettazione. Dovrebbe essere considerato una parte del patrimonio sul quale progettare.

Il bilancio arboreo di Roma offre numeri che meritano attenzione. Secondo i dati presentati dal Campidoglio nel maggio 2026, il patrimonio arboreo pubblico della Capitale al 31 dicembre 2025 ammontava a 390.054 alberi. Dal 2021 erano state effettuate 67.640 nuove piantumazioni, mentre nello stesso periodo risultavano 29.136 alberi abbattuti e 706 schianti. Il saldo delle nuove messe a dimora viene indicato dal Comune in 37.798 unità. Numeri importanti, ma che non risolvono la questione fondamentale: quanti degli alberi abbattuti erano grandi alberi adulti e quanto tempo occorrerà perché quelli nuovi possano fornire servizi ambientali comparabili? Una domanda diversa dal semplice conteggio delle piante.

E gli episodi di Monteverde e dell’EUR hanno mostrato quanto il tema possa diventare conflittuale. Nel 2025 il Comune annunciò l’abbattimento di circa 50 tigli in viale Europa, classificati in classe D di rischio, prevedendone la sostituzione con esemplari della stessa specie. A Monteverde, invece, furono abbattuti numerosi olmi, con il Comune che motivò gli interventi sulla base delle valutazioni di rischio e della necessità di prevenire nuovi cedimenti. Da una parte, dunque, c’è il dovere dell’amministrazione di prevenire il rischio. Dall’altra c’è il diritto dei cittadini a sapere se ogni abbattimento sia realmente inevitabile e se siano state valutate tutte le alternative. Proprio in questo spazio che dovrebbe entrare la trasparenza.

Uno dei nodi più delicati riguarda infatti il modo in cui viene valutata la stabilità degli alberi. Il metodo VTA, Visual Tree Assessment, è uno strumento di valutazione visiva largamente utilizzato per individuare segnali di difetti e potenziali problemi di stabilità. Ma la domanda da porsi è se, nei casi più controversi, una valutazione visiva debba rappresentare il punto di arrivo o soltanto l’inizio di un percorso diagnostico. Quando la conseguenza della perizia è l’abbattimento di un albero monumentale o comunque di grandi dimensioni, sarebbe ragionevole chiedersi se non sia opportuno, nei casi dubbi, ricorrere a una seconda valutazione indipendente e, dove necessario, ad approfondimenti strumentali. Non è una richiesta contro la sicurezza. Al contrario, la sicurezza dovrebbe essere il motivo per cui si verifica con la massima accuratezza se un albero debba davvero essere abbattuto. Tale rappresenta  la richiesta che emerge da diverse mobilitazioni cittadine: perizie accessibili, documentazione pubblica e, nei casi controversi, valutazioni indipendenti prima che la motosega entri in azione.

C’è poi una questione ancora più sorprendente: quella economica. Siamo abituati a considerare l’albero come una voce di spesa: potarlo costa, curarlo costa, monitorarlo costa, eventualmente abbatterlo costa. Ma l’albero produce anche un valore. Esistono strumenti come il CAVAT, che considera l’albero come un patrimonio pubblico e consente di attribuirgli un valore economico, e sistemi come i-Tree Eco, capaci di quantificare diversi benefici ambientali ed economici prodotti dal patrimonio arboreo. Anche ISPRA ha analizzato questi strumenti per la valutazione economica delle alberature urbane. Perché allora, prima di abbattere un grande albero per realizzare un’opera, non inserire nel progetto anche il valore economico e ambientale di ciò che si sta perdendo? Non per impedire ogni abbattimento. Ma per fare in modo che la perdita abbia un prezzo visibile nei conti dell’opera.

L’Europa chiede più chiome, non più statistiche

C’è poi un’altra contraddizione che merita di essere affrontata. Il Regolamento europeo sul ripristino della natura, entrato in vigore nel 2024, stabilisce per gli ecosistemi urbani l’obiettivo di evitare entro il 2030 una perdita netta della superficie complessiva di verde urbano e della copertura arborea delle chiome, con una successiva tendenza all’aumento. È un passaggio fondamentale. L’Europa non ragiona semplicemente in termini di “quanti alberi abbiamo piantato”. Guarda anche alla copertura delle chiome. Ed è perfettamente logico, dieci alberelli appena piantati non equivalgono, sotto il profilo ambientale, alla chioma di un grande platano o di un tiglio adulto. Ecco perché il vero indicatore della transizione verde non dovrebbe essere soltanto il numero delle nuove piante messe a dimora. Dovrebbe essere anche la capacità di conservare e accrescere nel tempo la copertura arborea effettiva delle nostre città. Da qui potrebbe nascere un nuovo modello. Prima di progettare un intervento di rigenerazione urbana, un Comune potrebbe realizzare un censimento pubblico delle alberature esistenti, con una valutazione indipendente del loro stato e del loro valore. Gli alberi di grandi dimensioni potrebbero essere considerati elementi progettuali da preservare, salvo comprovate ragioni di sicurezza o incompatibilità. Nei casi di abbattimento, soprattutto quando si tratta di alberi maturi, potrebbe essere prevista una seconda valutazione indipendente, distinta da chi materialmente eseguirà il taglio. Potrebbe essere rafforzato il ruolo dei cittadini attraverso una vera Consulta del verde, composta da tecnici, associazioni, cittadini ed esperti, chiamata a esaminare gli interventi più rilevanti. Non per trasformare ogni albero in un monumento intoccabile. Ma per impedire che la motosega diventi la soluzione più semplice.

Il vero obiettivo, non piantare alberi, ma avere una città più verde

Una città non diventa più verde perché ha piantato migliaia di alberelli. Diventa più verde quando, fra dieci, venti o trent’anni, avrà più ombra, più chiome, più biodiversità, meno calore e una maggiore capacità di assorbire gli inquinanti. Per raggiungere questo risultato bisogna piantare nuovi alberi, certamente. Ma bisogna soprattutto non perdere inutilmente quelli che abbiamo già. La vera transizione ecologica, allora, non può essere quella in cui i fondi destinati alla rigenerazione producono nuove pavimentazioni, nuove opere e nuove piantumazioni mentre alle spalle delle ruspe scompaiono alberi maturi che hanno impiegato decenni per crescere. La domanda da porsi davanti a ogni grande albero destinato al taglio dovrebbe essere una sola: siamo davvero davanti a un albero che deve essere abbattuto, oppure davanti a un progetto che non ha saputo immaginare una città capace di conservarlo? Una volta che la motosega ha finito il suo lavoro, non esiste nessun finanziamento che possa restituirci, nel giro di pochi anni, quella chioma, quell’ombra e quel patrimonio naturale. – 17 agosto 2026

Fonte, Municipio 10 cittadino attivo

 

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